Bundaberg…Il sole cocente del Queensland

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Se qualcuno mi dovesse chiedere “qual’ è la canzone che racchiude meglio la tua esperienza nelle fattorie australiane?” io risponderei…

The Cave dei Mumford&Sons.

Pensa di essere in una macchina. Sono le 4 di pomeriggio, il sole è alto, fanno 30 gradi. E’ un classico inverno di fine agosto del Queensland. Sei a Bundaberg,  capitale del Rum australiano a otto di ore di bus a nord di Brisbane. Hai appena finito una giornata durissima. Hai fatto 4 ore di buche con la pala per preparare il campo alla semina, quando arriva il capo, proprietario della fattoria, seduto nel suo comodo pick-up e dice “Come on buddies, it’s time to weeding”. Capisci che devi dirigerti verso la serra dei “Cucumber”, cetrioli. Fai un salto e ti siedi sul retro. Accendi una una sigaretta e ti guardi attorno. Una sensazione di relax ti invade per un minuto ma è abbastanza. Sai che dovrai trascorre le prossime 4 ore seduto con il culo su un piccolissimo lembo di una cesta di plastica, muovendola solo con una botta di anca senza nemmeno staccare i piedi da terra e le chiappe dalla pseudo sedia. Intanto continui a posizionare il fusto della pianta correttamente attorno alla rete per farla crescere verso l’ alto e permettere la giusta fioritura e maturazione del vegetale. Nel frattempo stacchi i germogli ed i ramoscelli di troppo altrimenti i frutti già cresciuti non riceveranno la giusta alimentazione. Guardi il sole e le ombre. Impari a non usare il cellulare per capire che ore sono. Sai che quando l’ ombra ha una certa gradazione si sta avvicinando l’ ora di tornare in ostello. Ti senti come un uomo primitivo totalmente avvolto dai cicli naturali. Il cervello viaggia in ogni direzione senza che nemmeno te ne accorgi. Non esistono fili logici nei flussi cerebrali. Ogni cosa viene in mente e viene rimpiazzata. E’ la sofferenza del sole, del sudore, della posizione e della fatica che fa da padrona ad ogni impulso intellettivo. Non esistono più frontiere. Sei dall’ altra parte del mondo e stai affrontando ogni giorno una sfida contro te stesso e contro ogni tua abitudine viziata. Fai su e giù per le file del campo contandole. Uno, due, tre, quattro…. Ogni fila conta circa mezzora, devi arrivare almeno ad otto prima di sapere che hai finito ma per accettarti devi comunque vedere l’ ombra. I minuti fluiscono più lenti dei supplementari della finale dei mondiali,  prima di finire l’ ultima linea.  Alla fine il supervisore, un tipo allegorico di cui non si distingue una singola parola, grasso con la faccia rotonda ed un cappello all’ outback australiano, fa un cenno e di “Fair Enough, Today is gone”. Un altra giornata è finita. Tra ragni che scivolano tra le mani, rane lanciate con la pala, api che pungono in ogni parte, schiene spezzate da ore ed ore di raccolta sotto il battente sole e sotto la pioggia, a stretto contatto con la natura ci dirigiamo verso la macchina. La giornata è finita finalmente.  Siamo in tre, uno più felice dell’ altro. Non vediamo l’ ora di entrare in macchina e sentire i Mumford&Sons, gruppo indie folk londinese. Una musica fantastica ci accompagna in un rientro quasi onirico. Il country è il miglior suono che puoi ascoltare mentre guardi dal finestrino e davanti agli occhi passano fotogrammi di immense praterie, estesi campi di canna da zucchero, fiume al lato della strada ed un cielo di un blu che mai nella vita ho avuto modo di vedere. Nota dopo nota, parola dopo parola, gli occhi hanno memorizzato ogni oggetto, ogni istante, ogni svolta, ogni edificio. I giorni passano facendo il conto alla rovescia. Dobbiamo arrivare ad 88 effettivi per potere concludere l’ esperienza e potere ottenere il “Second Year Visa”. Non vedi l’ ora di finire ma allo stesso tempo vorresti che il tempo si fermasse in quel momento rimanendo incastrato tra quelle emozioni.

 

 

Stefano Cimini

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